La douleur

Film 2017 | Drammatico +13 127 min.

Titolo originaleLa douleur
Anno2017
GenereDrammatico
ProduzioneFrancia, Belgio, Svizzera
Durata127 minuti
Al cinema33 sale cinematografiche
Regia diEmmanuel Finkiel
AttoriMélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Grégoire Leprince-Ringuet Emmanuel Bourdieu, Anne-Lise Heimburger, Patrick Lizana, Joanna Grudzinska, Caroline Ducey.
Uscitagiovedì 17 gennaio 2019
TagDa vedere 2017
DistribuzioneValmyn e Wanted
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro 4,06 su 16 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Emmanuel Finkiel. Un film Da vedere 2017 con Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Grégoire Leprince-Ringuet. Cast completo Titolo originale: La douleur. Genere Drammatico - Francia, Belgio, Svizzera, 2017, durata 127 minuti. Uscita cinema giovedì 17 gennaio 2019 distribuito da Valmyn e Wanted. Oggi tra i film al cinema in 33 sale cinematografiche Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 - MYmonetro 4,06 su 16 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Quando il marito viene deportato, una donna instaura una relazione con un agente della Gestapo per tentare di salvare l'uomo che ama. In Italia al Box Office La douleur ha incassato 68,5 mila euro .

Consigliato assolutamente sì!
4,06/5
MYMOVIES 4,50
CRITICA 3,61
PUBBLICO N.D.
ASSOLUTAMENTE SÌ
Un diario intimo del dolore, un ritratto della presenza dell'assenza, un viaggio interiore di un'anima ripiegata su se stessa.
Recensione di Francesca Ferri
lunedì 8 gennaio 2018
Recensione di Francesca Ferri
lunedì 8 gennaio 2018

Giugno 1944, la Francia è sotto l'occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelme, maggior rappresentante della Resistenza, è arrestato e deportato. La sua giovane sposa Marguerite Duras è trafitta dall'angoscia di non avere sue notizie e dal senso di colpa per la relazione segreta con il suo amico Dyonis. Pronta a tutto per ritrovare suo marito, si lascia coinvolgere poi in una relazione ambigua con un agente francese della Gestapo, Rabier, l'unico a poterla aiutare. La fine della guerra e il ritorno dai campi di concentramento annunciano a Marguerite l'inizio di un'attesa insostenibile, un'agonia lenta e silenziosa nel mezzo del caos della liberazione di Parigi.

Con qualche libertà e una sublime delicatezza, Emmanuel Finkiel rilegge il celebre romanzo di Marguerite Duras che lo sconvolse a 19 anni.

"Questa donna che attende il ritorno del marito dai campi di concentramento faceva eco alla figura di mio padre, una persona che aspettava sempre. Anche quando ebbe la certezza che la vita dei suoi genitori e di suo fratello era finita ad Auschwitz". Il regista di Voyages e Je ne suis pas un salaud adatta il testo della grande scrittrice per arrivare a una considerazione universale su un sentimento proprio di tutti gli uomini. L'opera di Finkiel non è un biopic su Marguerite Duras, ma un diario intimo del dolore, un ritratto della presenza dell'assenza, un viaggio interiore di un'anima ripiegata su se stessa che Mélanie Thierry ha saputo brillantemente portare alla luce. L'attrice francese attraversa magistralmente l'evoluzione di Marguerite Duras dagli anni della sua gioventù a quelli della sua maturità.

"Di fronte al camino, il telefono, è affianco a me. A destra, la porta del salone e il corridoio. In fondo al corridoio, la porta d'ingresso. Potrebbe ritornare direttamente, suonerebbe alla porta d'ingresso: "Chi è? - Sono io". Finkiel così annuncia l'attesa, citando in apertura del film l'inizio del romanzo, tratto dal giornale personale che Duras aveva scritto dopo l'arresto di suo marito nel '44, e poi a lungo dimenticato. Tra diario intimo e racconto, il film traduce fedelmente in immagini il romanzo aspro e ardente attraverso un'esemplare messa in scena e la distanziazione propria della scrittura di Duras, senza rinunciare ad esplorare la violenza dei sentimenti. Lo sdoppiamento, l'alienazione della donna che si guarda allo specchio, si osserva dall'esterno nelle immagini che finiscono per offuscarsi, rende ancor più potente la descrizione delle emozioni.

Le cravatte dimenticate nell'armadio, la cucina silenziosa, la casa vuota, abitata dall'assenza raccontano il dolore di Marguerite che diventa presto anche una paura, una vergogna, quella di dipendere da un ambiguo agente della Gestapo, l'unico suo legame con il marito scomparso. Tra i due inizia una partita di scacchi tra date e luoghi di Parigi in incontri al limite della seduzione in cui ognuno pensa di poter manipolare l'altro. Il dolore di Marguerite, infine, lascia spazio al senso di colpa a cui il suo amante Dionys Mascolo (Benjamin Biolay) la mette di fronte: "Ogni giorno di attesa ti sei distaccata (da Robert), ogni giorno di più. E questo non lo sopporti". Marguerite con un filo di voce risponde "sei un bastardo", prima di cadere nelle sue braccia.

"Niente più dolore. Non esisto. Allora, perché attendere Robert Antelme? Perché lui piuttosto che un altro? Cosa attende lei davvero?", citando fedelmente alcuni passi del romanzo che Mélanie Thierry legge in modo quasi ipnotico, Finkiel segue Marguerite infine alienata da se stessa, che quel passaggio dalla prima alla terza persona il romanzo ben sottolinea. Attraverso una Parigi grigia, umiliata, ferita, osservata attraverso le persiane chiuse di casa di Marguerite, Finkiel segue l'evoluzione della donna attraverso quel "disordine fenomenale del pensiero e del sentimento", di cui Duras parlava nel preambolo del suo romanzo.

Attraverso lo sguardo di Marguerite, ripresa in lunghi e numerosi primi piani, il regista ricostruisce, anche sulla base della storia personale, quella Parigi sottomessa, costretta a convivere con il nemico, condannata al silenzio di Stato sullo sterminio degli ebrei, di cui non si seppe nulla fino alla fine degli anni '60. La scena di Marguerite vestita di rosso, che in bicicletta attraversa Parigi deserta durante il coprifuoco, sorda ai rumori esterni, rimane dunque l'immagine più emblematica di una città che aveva voglia di ricominciare a vivere, di una donna che voleva ricominciare a esistere.

Infine, Finkiel si prende qualche licenza rispetto al romanzo, mettendo in risalto la sorte degli ebrei che è solo accennata nel testo, o rifiutando di mostrare il corpo di Robert, morto vivente che ritorna a casa, se non attraverso la disperazione della moglie. Eppure, in un'ultima scena su un'assolata spiaggia italiana su cui Robert si staglia come una filiforme figura in controluce, Finkiel lascia l'ultima parola a Marguerite Duras: "Sapevo che sapeva, sapeva che a ogni ora di ogni giorno, io lo pensavo: Robert non è morto ai campi di concentramento".

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
sabato 19 gennaio 2019
goldy

Il film è molto "bello"  per stile, forma, contenuto e estrema attenzione ai dettagli.  Ben interpretato da Melanie Thierry  di un'eleganza invidiabile, si  parla di un dolore, vero , struggente, lacerante  insopportabile come quello prodotto dall'insesatezza del nazismo. Un dolore evitabile e per questo ancora più crudele.

domenica 20 gennaio 2019
angelo umana

 La Douleur, dolore a profusione, a cominciare dal viso dolente della protagonista Mélanie Thierry, dolore che emana dalle parole che dominano le oltre due ore del film, riportate quasi integralmente, dal libro di Marguerite Duras. Ne risulta una trasposizione letteraria e letterale del libro ad opera del regista e sceneggiatore Emmanuel Finkiel (il cui padre ad Auschwitz perse i genitori [...] Vai alla recensione »

FOCUS
FOCUS
sabato 19 gennaio 2019
Roy Menarini

Il rapporto di Marguerite Duras con il cinema è almeno triplice. Primo, la scrittura per il cinema: il punto più alto, ma non l'unico, è ovviamente Hiroshima mon amour di Alain Resnais, che appartiene all'autrice quanto al regista della rive gauche. Secondo, la letteratura ispirata al cinema: è dall'approdo al Nouveau Roman, per poi proseguire con la fase tarda della sua carriera letteraria, che la Duras imprime una svolta cinematografica alla sua scrittura, con osmosi evidenti che spaziano dal linguaggio utilizzato al ritmo sintattico. Terzo, il cinema: Duras è stata una cineasta molto apprezzata, i cui film in Italia non hanno praticamente circolato, con una passione particolare per le derive e gli squilibri del rapporto tra parola e immagine, o tra finzione e costruzione. Nel suo film più programmatico, Détruire dit-elle, il flusso di coscienza di alcuni pensionati che dialogano in modo torrenziale e stordente mina alle basi la convenzione narrativa; in India Song, pochi anni dopo, un amore contrastato collassa in un contesto di eros, thanatos e riflessione teorica; in Le camion Gérard Depardieu e la stessa Duras si fanno riprendere mentre leggono la sceneggiatura, smontando tutta la pratica del fare cinema. Sono solo tre esempi.

Intellettualismo? Poesia? Della grandezza letteraria di Marguerite Duras pochi ormai dubitano, del suo cinema - spesso rifiutato dalle distribuzioni e persino dai festival francesi - invece si è dimenticato tutto.

L'impressione è che il tentativo di Emmanuel Finkiel con La douleur sia quello di armonizzare il cinema d'essai contemporaneo con gli inquinamenti testuali e narrativi della scrittrice e dei suoi film. Del resto, essendo il romanzo omonimo una tarda ripresa autobiografica di una forma diaristica, la rifrazione tra l'autrice e la se stessa protagonista permette di ampliare il raggio d'azione.

INCONTRI
lunedì 14 gennaio 2019
Marzia Gandolfi

Nel nuovo film di Emmanuel Finkiel, La douleur (guarda la video recensione), Mélanie Thierry è Marguerite Duras. Leggera e solida. Peso piuma e combattente energica. Senza caricature riesce a cogliere sullo schermo la 'musica' durassiana come solo Emmanuelle Riva prima di lei. Pubblicato nel 1985, "La douleur" è il libro più bello (e più letterario) di Marguerite Duras e si svolge nella Parigi occupata dai nazisti.

Robert Antelme, scrittore e faro della Resistenza, viene arrestato e deportato. La sua giovane sposa, Marguerite, scrittrice e resistente, lo attende e attende sue notizie. In mezzo due uomini, due relazioni e la 'recita' di un'autobiografia pura. Attrice delicata e densa come un diamante, Mélanie Thierry trova la voce intima del suo personaggio e recita lunghi monologhi interiori che accentuano la dimensione incantatoria e ipnotica dell'adattamento di Emmanuel Finkiel. I primi piani intensi sul volto nudo e spogliato dell'attrice, confermano che il dolore del titolo si è preso tutto lo spazio.

La voce off di Mélanie Thierry accompagna le immagini, le precede qualche volta ma non le calca mai. Tra Benjamin Biolay, amico-amante amorevolmente protettivo, e Benoît Magimel, agente-nemico sconvolgente nella sua vile seduzione, Mélanie Thierry è voce (e corpo) che misura le vie di Parigi, è un'ombra dolente che rasenta i muri, è l'ambiguità incarnata di una giovane donna piena di vita in un mondo di lutto e rovina, di una moglie che non ama più il suo uomo ma non osa confessarselo.

Mélanie Thierry rende leggibile la simultaneità dell'aspirazione alla libertà che allontana Marguerite Duras da Antelme e insieme la sua fedeltà feroce al coniuge deportato. E nell'oscillazione tra la speranza indistruttibile e la certezza che è necessario smettere di credere che un giorno il suo uomo tornerà, qualcosa passa nello sguardo dell'attrice, una malinconia improvvisa, fugace, intensa, violenta che evoca quella di Romy Schneider. Sotto i tratti lievi e l'allure naturale, dietro le labbra rosse e i larghi occhi chiari, Mélanie Thierry cattura un'epoca e la restituisce coi sensi.

Come ha approcciato il 'personaggio' Marguerite Duras? Come ha reso visibile la sua prosa? 
Per prima cosa ho cercato di non farne una caricatura. Mi sono protetta dal mito Duras mettendo in atto diverse strategie, rimanendo ad esempio incollata al libro. "La douleur" non è un biopic, non racconta tutta la vita di Marguerite Duras, è un romanzo e Marguerite è l'eroina della (sua) storia. Questo mi ha permesso di approcciarla in 'secondo grado', in maniera indiretta. All'epoca in cui è ambientato il romanzo poi, Marguerite Duras come la conosciamo oggi non esisteva ancora, non era ancora celebre, aveva scritto un solo libro ed era praticamente sconosciuta al grande pubblico.

Mi sono concentrata sulla donna, una donna che attende il ritorno di suo marito. I film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale si sono occupati spesso di eserciti, soldati, nazisti e partigiani, lasciando fuori campo le donne e l'inquietudine dell'attesa, sovente lunga ed estenuante.

La liberazione di Parigi è stata certamente un momento incredibile ed esaltante, la gente scendeva in strada gioiosa e la vita riprendeva il suo corso ma le cose non furono così semplici, per molte persone l'attesa si prolungò anche dopo la liberazione. Questo è stato il punto di partenza di Emmanuel Finkiel e a quell'idea il mio personaggio ha aderito. Ho deciso di interpretare una donna che scrive e aspetta, di aggiungere al suo carattere ostinato la mia sensibilità fino a trovare una sorta di evocazione della Duras, attraverso la voce, lei aveva una maniera melodiosa di esprimersi, una musicalità singolare, volava sulle parole. Ho riletto molti brani dei suoi libri, ho visto così tanti documentari su di lei che a un certo punto mi è parso quasi di conoscerla.

FOCUS
martedì 8 gennaio 2019
Ilaria Ravarino

I ristoranti a pieno regime, le sale da ballo, i caffè all'aperto. L'industria cinematografica viva e attiva, i bordelli affollati, donne eleganti e uomini col cappello per strada, nei giardini, nei locali. Il coprifuoco per la sicurezza. Alcool e anfetamine per superare la crisi. I bunker per nascondersi, quando le sirene annunciavano il passaggio aereo degli alleati. Era (anche) questa la Parigi dell'occupazione nazista, scenario splendidamente descritto da La douleur di Emmanuel Finkiel, città sospesa per quattro anni tra resistenza e collaborazionismo, umiliazione e resilienza. A Parigi l'occupazione fu più lieve che a Praga e Varsavia, favorita dall'interesse di Hitler per la cultura e l'eleganza intellettuale della città (interesse completamente scemato durante la disfatta, quando ordinò al generale Dietrich von Choltitz di raderla al suolo): il Führer visitò Parigi a meno di un mese dall'occupazione, nel giugno 1940, per rubare qualche spunto architettonico per le grandi opere nelle città tedesche, e inviò poi a Parigi un ambasciatore, Otto Abetz, capace di stringere buoni rapporti con molti intellettuali.

Ma l'orgoglio francese non era sopito e le conseguenze dell'occupazione - deportazioni, arresti, retate di ebrei e intellettuali - non tardarono a farsi sentire. Il primo atto di ribellione agli occupanti arrivò nell'agosto 1941, con l'uccisione di un cadetto navale tedesco in una stazione della metropolitana.

Poi, il 3 settembre, fu la volta di un attentato contro un altro ufficiale, che provocò di rimando l'esecuzione di tre ostaggi. La liberazione fu compiuta il 25 agosto del 1944, dopo aspri combattimenti nel centro della città. E poi? E poi, come racconta Finkiel, cominciò un altro dolore. Il dolore per l'attesa del rientro dei 76.000 deportati, di cui solo il 3% fece ritorno in patria.

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
lunedì 21 gennaio 2019
Massimo Lastrucci
Ciak

La scrittrice Marguerite (Duras) rilegge un suo diario (quasi senza riconoscerlo) e rivive quella stagione terribile dal giugno 1944 alla liberazione, con il marito, l'intellettuale Robert Antelme, incarcerato e deportato dalla Gestapo in un campo di sterminio. I giorni passano, l'angoscia cresce, pur di sapere qualcosa accetta di frequentare un potente commissario collaborazionista chiaramente invaghito [...] Vai alla recensione »

domenica 20 gennaio 2019
Roberto Escobar
Il Sole-24 Ore

«Non ricordo di averlo scritto», dice a se stessa e a noi Marguerite (Mélanie Thierry) all'inizio di La douleur (Francia, Belgio e Svizzera, 2017, 127'). Ha ritrovato un vecchio diario, del 1944. So di averlo scritto, prosegue, riconosco la mia calligrafia e i dettagli, ma non mi vedo nell'atto di scriverlo. Queste pagine, conclude, mi hanno riportata «a un disordine formidabile del pensiero e del [...] Vai alla recensione »

domenica 20 gennaio 2019
Fabio Ferzetti
L'Espresso

Quasi due film in uno, ma che film!, tratti da due racconti di Marguerite Duras. L'epoca è la stessa e così il tema, anche se scalato da diversi versanti. È l'inverno del 1944, nella Francia occupata dei nazisti una giovane scrittrice, la Duras, militante della Resistenza, cerca disperatamente notizie del marito deportato, Robert Antelme. Nei suoi angosciosi andirivieni si imbatte in un poliziotto [...] Vai alla recensione »

sabato 19 gennaio 2019
Mariarosa Mancuso
Il Foglio

Da sempre - bugia, da quando abbiamo visto "India Song", un film che sembra girato per chiarire a tutti il concetto "artistica noia" - coltiviamo un'avversione per l'opera di Marguerite Duras. E per le sue ammiratrici femministe, oggi scatenate con il #MeToo e ieri a sospirare per "L' amante": autobiografica vicenda di una quindicenne francese che nell'Indocina degli anni 30 frequenta - a pagamento [...] Vai alla recensione »

sabato 19 gennaio 2019
Valerio Caprara
Il Mattino

"La douleur" è un film intenso e ipnotico, un titolo da circuito d'autore che può offrire al pubblico interessato molti elementi suggestivi insieme a non secondari difetti. Si tratta, in effetti, della non facile trasposizione sullo schermo dell'omonimo romanzo in cui confluiscono tre racconti di Marguerite Duras (1985, ediz. ital. Feltrinelli) in cui la grande scrittrice rievoca le peripezie subite [...] Vai alla recensione »

venerdì 18 gennaio 2019
Daniela Ceselli
Left

La doleur è il nuovo film dì Emmanuel Finkiel, ispirato al romanzo autobiografico di Marguerite Duras. Sono molti i lasciti che il cinema deve alla celebre scrittrice: romanzi come L'amante, da cui fu tratto il film omonimo di Jean Jacques Annaud (da lei considerato poco più che mediocre); sceneggiature, da cui sono nati film memorabili come Hiroshima mon amour (1959) di Alan Resnais o Moderato cantabile [...] Vai alla recensione »

venerdì 18 gennaio 2019
Eugenio Arcidiacono
Famiglia Cristiana

Nel giugno del 1944, nella Francia occupata, lo scrittore Robert Antelme, uno dei capi della Resistenza, viene arrestato dalla Gestapo. Sua moglie Marguerite Duras inizia ad annotare su un diario ciò che prova in quei lunghissimi mesi in cui ignora la sorte del marito. Quel diario diventerà un romanzo, La douleur (Il dolore), pubblicato solo nel 1985, e ora pellicola.

venerdì 18 gennaio 2019
Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Quanto mai opportuno che "dolore" in francese sia un sostantivo femminile, e dunque La douleur, romanzo autobiografico della somma Marguerite Duras, scritto nel 1944 ma pubblicato solo nel 1985, ora trasposto al cinema da Emmanuel Finkiel. Film femminile, femmineo e femminista, complice la lettera della Duras, che risuona per bocca di Mélanie Thierry, minuta e volitiva, e ancor più brava: La douleur [...] Vai alla recensione »

venerdì 18 gennaio 2019
Silvio Danese
Quotidiano Nazionale

Dei romanzi autobiografici di Marguerite Duras, Il dolore è, come dice il titolo, il più intimo, anagrafe di cuore&mente al tempo di guerra e deportazione (la Seconda Mondiale), nei giorni, ore, mesi in balia di un segno di vita del marito partigiano, lo scrittore R. Antelme, dai campi a fine conflitto, tra le prime informazioni dell'orrore, i treni dei sopravvissuti e l'euforia dei vivi.

giovedì 17 gennaio 2019
Luca Barnabé
Ciak

Dai racconti autobiografici di Marguerite Duras contenuti nel romanzo ll dolore (ed. Feltrinelli). L'attesa accorata e senza fine del ritorno del marito Robert Antelme, figura di spicco della Resistenza, dai campi di concentramento nazisti. Recente passato e presente si confondono in un flusso di parole, sguardi e dolore. Adattamento sentito e struggente delle pagine di Duras.

giovedì 17 gennaio 2019
Emiliano Morreale
La Repubblica

Il racconto Il dolore di Marguerite Duras, uscito dopo il grande successo dell'Amante, raccontava sotto forma di cronaca asciuttissima e in diretta i giorni dell'aprile 1945 in cui lei attendeva con angoscia ritorno del compagno Robert Antelme. Quest'ultimo, partigiano deportato a Buchenwald (esperienza sulla quale scriverà un libro memorabile, La specie umana), e la moglie vive giorni d'angoscia non [...] Vai alla recensione »

giovedì 17 gennaio 2019
Alessandra De Luca
Avvenire

È possibile fotografare il senso dell'attesa con tutto il suo carico di angoscia, frustrazione, paura, smarrimento? Può il cinema raccontare quello stato di sospensione in cui vive chi aspetta il ritorno di una persona amata, una persona che potrebbe non rivedere mai più? Ci è riuscito benissimo il film diretto dal francese Emmanuel Finkiel, Le douleur, tratto dall'omonimo romanzo autobiografico in [...] Vai alla recensione »

giovedì 17 gennaio 2019
Eugenio Renzi
Il Manifesto

«Davanti al camino, il telefono. È accanto a me. A destra, la porta del salone e il corridoio. Alla fine del corridoio, l'ingresso.» Le prime parole del romanzo di Marguerite Duras, sono anche quelle del film di Emmanuel Finkiel. Un'assenza si fa notare. Quella del verbo essere - ricorre una sola volta in quattro frasi. È così che Duras suggerisce, formalmente, l'assenza del marito.

giovedì 17 gennaio 2019
Alessandra Levantesi
La Stampa

Nel 1985 Marguerite Duras pubblica un suo dimenticato diario d'epoca in cui ritrova, espresso in una scrittura nitida e minuziosa, il caotico tumulto di un sofferto periodo di vita. La cornice è la Parigi del 1944, Il dolore è quello dell'attesa del ritorno del marito Robert Antelme, membro di spicco della Resistenza arrestato dalla Gestapo. Ispirato da quelle pagine - e di sicuro dai racconti del [...] Vai alla recensione »

giovedì 17 gennaio 2019
Claudio Trionfera
Il Messaggero

«Mi vergogno di vivere ma penso che se non muoio potrò rivederti». Pensieri e parole di Marguerite Duras che invadono il film ispirato al suo romanzo autobiografico, un diario perso e ritrovato, una storia nella Storia del '44, in una Parigi occupata dai nazisti dove la scrittrice aspetta il ritorno del marito arrestato dei tedeschi. AMBIGUITÀ Per rivederlo ella, che già ha un amante, non esita [...] Vai alla recensione »

giovedì 17 gennaio 2019
Stefano Giani
Il Giornale

Stralci di vita e sofferenza. Marguerite Duras (Mélanie Thierry) le tenta tutte per riavere il marito ebreo finito nei rastrellamenti ma quando lo trova è... Doukur. La Francia divisa tra partigiani e nazisti è raccontata attraverso le pagine autobiografiche dell'autrice che rievoca il suo rapporto con Robert Antelme, a cui legò cuore e destino, senza però dire tutta la verità.

mercoledì 16 gennaio 2019
Antonio D'Onofrio
Sentieri Selvaggi

Il corpo, di fronte all'agonia del dolore, perde i connotati e disabilita i sensori, proiettato in un'analisi eterea, distaccata e disincantata sull'insignificante. Un tormento da cui l'esonero, accertata l'assuefazione, l'irrimediabile, è una destinazione obbligata, con il rischio annesso di impazzire compreso nel pacchetto, e le ombre e gli enigmi il prezzo da pagare per il sollievo.

mercoledì 16 gennaio 2019
Chiara Borroni
Cineforum

Il diario è definito, come forma letteraria, da due componenti fondamentali: il punto di vista del soggetto che scrive e il tempo che, scandendo il ritmo del racconto, ne costruisce l'essenza. La struttura cronologica del diario serve a calare la materia della storia privata dentro all'oggettività della Storia pubblica per farla diventare, proprio attraverso questo connubio, intimità condivisa.

martedì 15 gennaio 2019
Mauro Gervasini
Film TV

Giugno 1944, Parigi. Lo scrittore Robert Antelme viene arrestato e deportato. La moglie Marguerite (Mélanie Thierry), come lui coinvolta nella Resistenza, accetta un'ambigua relazione con un rinnegato francese al soldo della Gestapo, Rabier (Benoît Magimel), nella speranza che la possa aiutare. Finita la guerra, certa che il marito sia sopravvissuto al campo di concentramento, Marguerite aspetta, aspetta, [...] Vai alla recensione »

martedì 15 gennaio 2019
Gian Luca Pisacane
La Rivista del Cinematografo

Come mostrare il dolore dell'attesa, lo strazio di una guerra? Ne La donna dello scrittore, Christian Petzold portava il conflitto mondiale ai giorni nostri, lo attualizzava. Come se l'unico modo per capire fosse traslare la Storia, rievocarla nel presente. Invece il regista Emmanuel Finkiel lavora sulle parole. Con La douleur gira un film in costume, resta nel 1945.

lunedì 14 gennaio 2019
Natalino Bruzzone
Il Secolo XIX

Dolore in francese è un sostantivo di genere femminile come la giovane scrittrice Marguerite Duras, con un grande futuro davanti alle spalle, investita da una sofferenza estrema portata dal vento crudele e impietoso della Seconda guerra mondiale. Quarant'anni dopo, nel 1985, Duras consegna al suo editore un diario di quei giorni e di quei mesi appena ritrovato in un armadio dove era rimasto sepolto [...] Vai alla recensione »

NEWS
PREMI
mercoledì 23 gennaio 2019
 

Ha ottenuto 8 candidature ai Premi César, gli Oscar francesi, La douleur (guarda la video recensione), il film scritto e diretto da Emmanuel Finkiel, tratto dall'omonimo romanzo di Marguerite Duras. Il film ha ottenuto le nomination nelle principali [...]

GUARDA L'INIZIO
venerdì 11 gennaio 2019
 

Nella Francia del 1944 occupata dai nazisti, Marguerite, una giovane scrittrice di talento, è un attivo membro della Resistenza insieme a suo marito, Robert Antelme. Quando Robert viene deportato dalla Gestapo, Marguerite intraprende una lotta disperata [...]

VIDEO RECENSIONE
giovedì 20 dicembre 2018
A cura della redazione

1944, la Francia è sotto l'occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelme, maggior rappresentante della Resistenza, è arrestato e deportato. La sua giovane sposa Marguerite Duras è trafitta dall'angoscia di non avere sue notizie e dal senso di colpa [...]

POSTER
martedì 18 dicembre 2018
 

Giugno 1944. La Francia è ancora sotto l'occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelme, grande figura della Resistenza, viene arrestato e deportato. La sua giovane moglie Marguerite, scrittrice e resistente, è sconvolta dall'angoscia di non avere notizie [...]

TRAILER
giovedì 6 dicembre 2018
 

Giugno 1944. La Francia è ancora sotto l'occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelme, grande figura della Resistenza, viene arrestato e deportato. La sua giovane moglie Marguerite, scrittrice e resistente, è sconvolta dall'angoscia di non avere notizie [...]

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